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venerdì 15 maggio 2026

LA VIOLENZA GIOVANILE AI GIORNI NOSTRI

LA VIOLENZA GIOVANILE AI GIORNI NOSTRI.
di Cresy Caradonna

Spettacolarizzazione sui social, analfabetismo emotivo e il vuoto delle istituzioni. Perché le aggressioni tra i ragazzi non sono più una semplice crisi di crescita, ma il sintomo di una pericolosa dissociazione dalla realtà.



Il "teatro del vuoto": quando l'aggressività diventa un contenuto da filmare e rendere virale sui social.
Cronache nere che sembrano fotocopie, piazze trasformate in arene, lo schermo di uno smartphone che riprende il sangue anziché chiamare i soccorsi. Parlare di violenza giovanile oggi significa guardare dentro una ferita aperta della nostra società. Bisogna farlo evitando la trappola del moralismo spicciolo, ma senza concedere alcuno sconto all'indulgenza.
Non siamo di fronte a una semplice "crisi di crescita" o alle classiche intemperanze generazionali che hanno attraversato i decenni. La sensazione diffusa, supportata tragicamente dai fatti di cronaca più recenti, è che la violenza tra i ragazzi abbia cambiato pelle: è diventata più gratuita, spettacolarizzata e precoce.

Il teatro del vuoto e la regia dei social.
Il primo elemento di rottura rispetto al passato è il ruolo dei social media. Un tempo la violenza tra bande o il bullismo cercavano l'ombra; oggi cercano la luce dei riflessi digitali. L'aggressione diventa content, il dolore altrui un mezzo per accumulare visualizzazioni, lo scontro fisico una performance da dare in pasto all'algoritmo di TikTok o Instagram.
Si assiste a una pericolosa dissociazione dalla realtà: colpendo un coetaneo, molti ragazzi sembrano non percepire il peso della carne e del sangue. È come se stessero muovendo un avatar in un videogioco o recitando in un video di pochi secondi. La gravità del gesto si dissolve nell'istante in cui diventa "virale".

Dietro la rabbia: l'analfabetismo emotivo
Sarebbe tuttavia miope colpevolizzare solo la tecnologia, che è un amplificatore, non la causa prima. La radice del problema affonda in un profondo analfabetismo emotivo.
Una fetta consistente delle nuove generazioni fatica a dare un nome a ciò che prova. La frustrazione, la noia, il senso di invisibilità e l'ansia per un futuro incerto si trasformano rapidamente in una rabbia cieca. Quando mancano le parole per esprimere il disagio, il corpo e la forza diventano l'unico strumento di comunicazione rimasto.
Se le agenzie educative tradizionali arretrano, il vuoto viene riempito dalle leggi della strada o da mitologie tossiche di rivalsa sociale:
La famiglia: Spesso oscilla tra l'iper-protezionismo (difendere i figli anche davanti all'evidenza) e la totale assenza, delegando l'educazione agli schermi.
La scuola: Sovraccaricata di compiti burocratici e spesso privata dell'autorevolezza sociale necessaria per essere un vero punto di riferimento.
Le istituzioni: Quasi sempre capaci di intervenire solo a valle, con la repressione, quando il danno è ormai compiuto.
Oltre l'emergenza: quale via d'uscita?
La risposta a questa deriva non può essere solo securitaria. Certamente la certezza della pena e il controllo del territorio sono necessari, ma non curano la malattia: ne tamponano solo i sintomi più acuti.
Per invertire la rotta serve un patto educativo radicale. Dobbiamo ricostruire spazi di aggregazione sani, restituire valore alla parola, insegnare nuovamente il peso dell'empatia e il limite invalicabile del rispetto dell'altro.
I giovani non sono intrinsecamente più cattivi rispetto al passato; sono, forse, più soli ed esposti a un mondo adulto che glorifica la performance, la prevaricazione e il successo a tutti i costi. Se vogliamo fermare la violenza nelle nostre strade, dobbiamo prima chiederci quale esempio stiamo dando da dietro le nostre cattedre, le nostre scrivanie e i nostri schermi

15 maggio 2026

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